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Malagente di Lupacchini accende il dibattito

Ha acceso il dibattito, nell’ambito di un brillante scambio di idee tra personaggi di spicco della politica e della magistratura italiana, la presentazione del libro “Malagente” (Cairo Editore) svoltasi presso la Camera di Commercio di Rieti alla presenza dell’autore, il magistrato Otello Lupacchini, del senatore Luigi Ramponi (Commissione Difesa Senato della Repubblica), del deputato Marco Minniti (Commissione Affari Costituzionali Camera dei Deputati), del giornalista Rai Alessandro Bucossi che ha moderato l’incontro, e del presidente della Camera di Commercio di Rieti, Vincenzo Regnini.

Il dibattito ha visto contrapposte le posizioni di Ramponi, che ha criticato l’autore per aver dato attraverso “Malagente” – un romanzo civile che si legge come un noir, una fiction tra suspense e denuncia - un’immagine negativa dello Stato e dei suoi apparati evidenziando come prevalente il peso dei “servizi deviati”, e di Minniti, che invece ha sottolineato come il tema dei servizi segreti ed il rapporto tra i servizi e lo Stato debba essere improntato su un equilibrio tra la necessità di garantire la libertà a chi opera nei servizi “coperti” e quella di non superare determinati limiti in tali operazioni.

Lupacchini, magistrato dal 1979 e da sempre impegnato sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa occupandosi anche degli omicidi del pm Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt, del professor Massimo D’Antona oltre che della Strage di Bologna e della Banda della Magliana, ha parlato del suo libro come del “frutto di una pacata e serena riflessione, all’insegna del più cupo ottimismo, sulla “durezza delle leggi non scritte per raggiungere l’affermazione individuale”, sulla “violenza nascosta e quella palese”, sui “metodi del potere”, sul “processo della conoscenza attraverso il confronto con il male concreto e con l’angoscia del male metafisico”, sulla “turbolenza dell’eros” e sull’attrazione della morte”. Un romanzo che lo stesso Lupacchini ha definito “un’opera di fantasia”, “ma quando mi sono reso conto che le mie fantasie avrebbero potuto toccare la suscettibilità di qualcuno, specie fra coloro che sono chiamati a far rispettare le leggi che rendono veramente libera la manifestazione del pensiero, ho ambientato il racconto in un luogo, il Belpaese, e in un tempo, l’ultimo quarto del secolo breve, che presentano un’assai vaga analogia con l’Italia, cioè con questo nostro Paese, notoriamente normale, dunque alieno dalle vischiosità, dalle corruttele, dalle censure, dalle ipocrisie, dal trasformismo e nel quale, specie in quegli anni, avrebbero avuto vita durissima generali felloni, magistrati imbecilli o corrotti, poliziotti farabutti”.

L’Ufficio Stampa

 

Data di pubblicazione: 24/06/2010 09:35
Data di aggiornamento: 21/06/2012 09:36